La musica che venne dal freddonote di sala 15 aprile 2014

JOHANN SVENDSEN (Oslo, 30 settembre 1840 – Copenaghen, 14 giugno 1911)
Romanza op.26 per violino ed orchestra
Durata ca.9 minuti

EDVARD GRIEG (Bergen, 15 giugno 1943 – Bergen, 04 settembre 1907)
“Dai tempi di Holberg” Suite in stile antico
1. Preludio
2. Sarabande
3. Gavotta
4. Aria
5. Rigaudon
Durata ca.20 minuti

NIELS GADE (Copenaghen, 22 febbraio 1817 – Copenaghen, 21 dicembre 1890)
Ottetto per archi in fa maggiore op.17
1. Allegro molto e con fuoco
2. Andantino Quasi Allegretto
3. Scherzo. Allegro moderato e tranquillo
4. Finale. Allegro vivace
Durata ca.30 minuti

Ottetto delle Cameriste Ambrosiane
Violini Eleonora Matsuno, Katia Calabrese, Sarah Cross, Gemma Longoni
Viole Claudia Brancaccio, Flavia Giordanengo
Violoncelli Marija Drincic, Francesca Fiore

Se fosse un romanzo probabilmente si intitolerebbe “La musica che venne dal freddo”.
Il programma proposto dall’Ottetto d’archi delle Cameriste Ambrosiane ha infatti il profumo della neve, il colore delle aurore boreali e il sapore antico delle saghe nordiche. Tre compositori scandinavi, un danese e due norvegesi, che contribuirono non poco alla nascita, in pieno Romanticismo, di una nuova estetica musicale, quella “nordica” appunto, che si andava man mano affrancando dai modelli europei di riferimento, in particolare dell’asse italo-franco-tedesco, così come accadrà per altre scuole nazionali (basti pensare alla scuola boema di Dvorak e Smetana o a quella spagnola di Albeniz e Granados).
L’originalità e lo spiccato carattere nazionalistico di Niels Wilhelm Gade non sfuggirono a quell’attento scopritore di musica nuova che era Robert Schumann, puntuale nel notare come le nazioni confinanti con la Germania volessero emanciparsi dal dominio della musica tedesca. “Ciò forse potrà dispiacere a un teutomane” scriveva “ ma al pensatore dall’occhio acuto e al conoscitore dell’umanità parrà invece una cosa naturale e di cui rallegrarsi… E poiché tutti considerano la nazione tedesca come la loro prima e più cara maestra nella musica, nessuno deve meravigliarsi se essi vogliono tentar di parlare per la loro nazione una lingua propria, senza perciò rendersi sconoscenti agli insegnamenti della loro maestra. Giacché nessun paese del mondo ha maestri che possano paragonarsi ai nostri grandi, e nessuno ha finora voluto negarlo”.
E di sicuro non lo negava il giovane compositore “così rassomigliante a Mozart nell’aspetto” che aveva studiato con diligenza e grande dedizione le opere della letteratura romantica tedesca e apprezzava in particolare lo stile dello stesso Schumann e di Felix Mendelssohn.
Fu proprio quest’ultimo il primo ad introdurre Gade al grande pubblico musicale eseguendo a Lipsia con grande successo la sua prima sinfonia, paradossalmente rifiutata dalla società danese proprio perché ritenuta “troppo tedesca”. Ma il rapporto tra i due non si concluse lì: in seguito alla vittoria di un concorso indetto dalla Società di musica di Copenaghen, Gade ricevette uno stipendio-premio per un viaggio all’estero e decise di cominciare proprio da Lipsia, dove divenne assistente di Mendelssohn alla guida dell’orchestra del Gewandhaus.
Poiché lo stesso Schumann dichiarava quanto fosse “riconoscibile, sopra gli altri, l’influsso di Mendelssohn in certe combinazioni strumentali” del compositore danese, ci piace pensare che sia proprio a causa di questo rapporto “speciale”, che Gade decise di affrontare nel 1848, a pochi mesi dalla morte dell’amico e mentore, un organico così inusuale come quello dell’ottetto d’archi, la cui letteratura ruota pressoché interamente intorno al capolavoro che Mendelssohn scrisse a soli sedici anni. Una sorta di omaggio, forse. Di certo della composizione mendelssohniana l’Ottetto op.17 in Fa maggiore di Niels Gade ricalca l’impianto, a partire dalle indicazioni di tempo dei diversi movimenti, compresa l’indicazione iniziale con fuoco, e rivela la stessa gioiosa luminosità, una natura solare emersa nonostante le nubi di guerra che si accalcavano all’orizzonte durante la sua creazione: l’ottetto fu infatti terminato nel 1849 a Copenhagen dove Gade era stato costretto a tornare a causa dello scoppio delle tensioni tra danesi e prussiani.
Benché non siano molto eseguite al giorno d’oggi, le composizioni di Gade furono molto popolari, gettarono le basi della tradizione sinfonica danese e influenzarono in generale tutta la futura musica scandinava. Tra i compositori maggiormente ispirati c’è Johan Severin Svendsen, autore della Romanza op.26 per violino ed orchestra, uno dei capisaldi della letteratura violinistica scandinava, proposta dall’Ottetto delle Cameriste in un’originale versione cameristica. Ma chi ne raccolse in modo realmente significativo il messaggio fu il norvegese Edvard Grieg, autore delle celebri musiche di scena per il Peer Gynt di Henrik Ibsen di cui solitamente vengono eseguite le due suites curate dall’autore.
Nel 1884 Grieg fu uno dei numerosi compositori scandinavi incaricati di scrivere un pezzo commemorativo per la celebrazione del bicentenario della nascita del “Molière del Nord”, lo scrittore norvegese Ludvig Holberg Baron (1684-1754). Essendo Holberg un contemporaneo di Bach e Handel, Grieg decise di offrire il proprio personale tributo sotto forma di una suite per tastiera, alla maniera tipica del periodo barocco. Nacque così la Holberg Suite o, più propriamente, “Dai tempi di Holberg”. Suite in stile antico, una suite in cinque movimenti in cui un vivace ed energico Preludio, un movimento di forma-sonata in miniatura, è seguito da una serie di danze del diciottesimo secolo: una Sarabanda toccante ed introspettiva, una signorile Gavotta, in cui l’ascoltatore è catapultato in una elegante sala da ballo di corte, per essere riportato immediatamente negli ambienti popolari dalla Musetta che funge da Trio, una solenne Aria, sul modello delle arie bachiane, ed una brillante Rigaudon, danza provenzale per eccellenza, per chiudere con festosa leggerezza con un omaggio ai violinisti folk norvegesi.
Eseguito durante le celebrazioni della città di Bergen, patria sia dello scrittore che del compositore, il lavoro fu così ben accolto che Grieg decise ben presto di trascrivere la suite affidandola totalmente agli archi ed è in questa guisa che è maggiormente nota al pubblico odierno. Pur utilizzando forme musicali antiche, Grieg le riempì con il suo stile originale e con lo spirito del proprio tempo. Eduard Hanslick, il potente critico contemporaneo del compositore che della nuova musica del suo tempo salvava solo quella di Brahms, recensì positivamente la suite descrivendola come “un raffinato lavoro ben concepito” dove “lo stile antico è abilmente riprodotto, ma è pieno di spirito moderno.”