L’Ottetto op. postuma di Max Bruchun capolavoro da poco riscoperto

Organico davvero insolito, quello dell’ottetto d’archi. Talmente insolito da indurre il grande pubblico, ma anche gli “addetti ai lavori”, a credere che il repertorio per tale organico sia ristretto a ben pochi esemplari, rappresentati, primus inter pares, da quell’immane capolavoro che è l’Ottetto op.20 del sedicenne Mendelssohn. Ma, a ben guardare, il più sinfonico e, al contempo, polifonico tra i generi cameristici può vantare nel suo menù “prelibatezze” anche per i palati più fini, obliate più per motivi contingenti alla loro creazione, che per scarsità di valore artistico.

L’Ottetto per archi in si bemolle maggiore di Max Bruch, ad esempio, fu completato nel 1920, solo pochi mesi prima della morte del compositore ed in seguito alla tragica dipartita andò perduto per più di tre quarti di secolo. E’ solo dalla seconda metà degli anni Novanta che questo capolavoro è potuto rientrare di diritto nel repertorio cameristico per archi, grazie anche al lavoro di recupero del musicologo americano Thomas Woods.

Esponente del tardoromanticismo musicale tedesco, all’interno del quale manifestò tendenze conservatrici, Bruch si tenne lontano dalle nuove esperienze di Liszt e Wagner, per rifarsi piuttosto ai preferiti modelli mendelssohniani. Non è un caso dunque che si sia cimentato con un organico così poco frequentato, in cui l’amato predecessore fu maestro, e abbia lasciato ai posteri un’opera in cui la leggerezza e la luminosità mendelssohniane si fondono all’autunnale densità timbrica tipica del più intenso Brahms.

Anche se in qualche misura modellato su di esso, l’Ottetto per archi in si bemolle maggiore differisce però dal capolavoro giovanile di Mendelssohn per due motivi: per la durata relativamente breve, dovuta anche alla riduzione a soli tre movimenti, contro i quattro tipici della musica da camera romantica tedesca, e per una particolarità che riguarda l’organico: il secondo violoncello è infatti sostituibile, per volontà del compositore, con il contrabbasso, tanto che è possibile considerare l’Ottetto come una sorta di concerto per archi, eseguibile da un ensemble orchestrale.